Turismo sostenibile: il caso della grande barriera corallina

 

 

La Grande barriera corallina (Great Barrier Reef) è la barriera di corallo più grande del mondo, ed è una delle più grandi attrazioni turistiche dell’Australia, che genera ogni anno un reddito per 5 miliardi di dollari australiani. Una grande parte della barriera corallina è protetta dal Parco Marino della Grande Barriera Corallina, che contribuisce a limitare l’impatto umano, come ad esempio il sovra sfruttamento e il turismo. Secondo uno studio pubblicato su Nature, nel mese di marzo 2017, la Grande barriera corallina, nel 2016, ha subito uno sbiancamento senza precedenti a causa di un innalzamento della temperatura del mare di 4 gradi, che ha portato alla morte di più del 20% dei coralli; al nord, addirittura, ne sono scomparsi i due terzi. David Wachenfeld, coautore della ricerca, ha affermato che la Barriera australiana è praticamente morta e che, se non si interverrà per limitare il riscaldamento globale, la sua fine arriverà molto presto.

In questo contesto la Grande Barriera Corallina sta per perdere lo status di patrimonio mondiale dell’Unesco, guadagnato nel 1981 e le Nazioni Unite discutono sulla decisione di classificarla “in pericolo”. In Australia gli operatori del turismo spingono per non elencare la barriera corallina tra i siti “in pericolo” per evitare una caduta del numero di turisti. Il Comitato per il Patrimonio Mondiale dell’UNESCO ha approvato il programma Reef 2050, predisposto dal governo australiano per proteggere la barriera corallina, evitando un crollo del mercato turistico pari a 6,4 miliardi di dollari annui. Tuttavia, lo stesso comitato ha espresso una serie preoccupazioni circa lo stato di salute della barriera corallina, compresi gli obiettivi di qualità dell’acqua e i programmi di bonifica del territorio. Gli operatori di imbarcazioni da diporto, più preoccupati per i loro introiti, hanno accolto con favore la decisione dell’UNESCO come un’opportunità, ma il fenomeno di sbiancamento (moria) di corallo non si è ancora fermato.

La Great Barrier Reef Foundation ha pubblicato una relazione di Deloitte sul valore “asset sociale, economico” della Gran Barriera Corallina, valutandola per 56 miliardi di dollari australiani, mettendo in evidenza la necessità di conservare un patrimonio di tale portata.

L’oppinione pubblica è divisa tra chi sostiene che avere regolamenti onerosi uccide l’economia, (per esempio metà dei villaggi turistici hanno dovuto interrompere le loro attività) e chi si batte per la tutela di questo prezioso habitat naturale. Un recente articolo di opinione del Courier Mail ha accusato le norme ambientali della chiusura di numerose località turistiche presenti nelle isole lungo la barriera corallina.

Il governo dello stato australiano del Queensland, nel mese di agosto 2017, ha respinto la richiesta di autorizzare l’apertura di due nuove miniere d’oro e stagno nella regione di Springvale presso Capo York, all’estremo nordest del continente. Il ministro dell’Ambiente Steven Miles ha spiegato che l’apertura delle miniere, con la movimentazione di ingenti quantità di terreno, disturberebbe l’equilibrio ecologico del bacino del fiume Normanby, che sfocia 150 km a nordovest di Cooktown. Gli scarichi sedimentari avrebbero pesanti ricadute sulla salute della Barriera, già minacciata dal riscaldamento globale e colpita da un esteso sbiancamento dei coralli, ha detto Miles.

Questo, è un caso eclatante, il quale vede una risorsa naturale e turistica al centro, e istituzioni internazionali, governo, organizzazioni ambientaliste, operatori turistici grandi e piccoli, cittadini, tutti impegnati, e anche contrapposti, sulle politiche di sfruttamento di quella che è anche una risorsa economica. E ci fa comprendere che il turismo sostenibile, non può prescindere dalla tutela dei paesaggi, degli ambienti naturali, e dalla preservazione delle tradizioni locali, poiché si pone come obbiettivo quello di non consumare la risorsa, in quanto nel momento in cui questa si esaurisce cessa, essa stessa, di essere una risorsa economica.